
E’ molto difficile comprendere secondo quale ratio si debba cercare una giustificazione al mal costume che vede gli impiegati ma soprattutto le impiegate della pubblica amministrazione recarsi nelle ore di lavoro a fare la spesa. Un mal costume che tutti conosciamo, tanto che in alcuni comuni a colpi di circolare si sta tentando di disincentivare l’abitudine oramai invalsa di entrare ed uscire dalle sedi di lavoro recando seco borse della spesa et similia. Trovare una giustificazione anche velata, evocando la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro è alquanto inopportuno, diseducativo e nocivo per il vero raggiungimento delle pari opportunità. Inopportuno perché non si può giustificare un comportamento scorretto in base ad un fattore di genere, posto in questi termini la giustificazione è di per sé offensiva e discriminante. Diseducativo perché seguendo lo stereotipo della donna italiana casalinga si continua ad addossare sulle donne la cura della casa e della famiglia: in una famiglia moderna i compiti sono divisi e affidati tra i coniugi a seconda dei tempi e delle necessità dettate anche dagli orari di lavoro, escludere a priori la responsabilità dei lavori domestici anche per gli uomini è diseducativo ed irresponsabile, non si raggiungeranno mai le pari opportunità se addirittura si ammette che la donna abbandoni il lavoro per occuparsi della casa. Nocivo perché in base alla deresponsabilizzazione della donna in quanto deputata alla cura domestica se ne sminuisce la professionalità giustificando implicitamente anche l’opportunità di una minor retribuzione. E’ da considerare inoltre che gli orari dei dipendenti pubblici sono più elastici se non addirittura ridotti rispetto a coloro che lavorano in fabbrica o presso ditte private. Spesso i dipendenti pubblici non lavorano il sabato, spesso fanno mezza giornata con al massimo due rientri, oppure lavorano solo la mattina e godono appieno di tutti i diritti legati ai congedi parentali.